martedì 31 gennaio 2012

Elogio del moralismo di Stefano Rodotà - Alessandro Giadrossi

Qualche mese prima della nomina dell’attuale Governo tecnico, Stefano Rodotà, uno dei maggiori giuristi italiani, ha mandato in libreria un suo nuovo volumetto.
Il titolo, L’elogio del moralismo, ci induce subito a sfogliarlo per comprendere il significato che Rodotà attribuisce al termine “moralista”. Nel gergo questa parola ormai la si collega ad una saccente pedanteria che sa di qualunquismo e puzza di portineria. Rintona nella nostra mente l’aforisma di Oscar Wilde per cui un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è invariabilmente brutta.
Lo chiarisce subito, nelle prime pagine del libro, l’Autore: sono un vecchio, incallito, mai pentito moralista. La parola mi piace, perché richiama non una moralità passiva, compiaciuta, contemplativa o consolatoria, ma una attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà, il rifiuto di uno storicismo da quattro soldi che, riducendo a formula abusiva l’hegeliano “tutto ciò che è reale è razionale” spalma di acquiescenza qualsiasi comportamento pubblico o privato. Il moralista non mugugna, non si appaga delle barzellette antiregime. Esce allo scoperto, e non è frenato dal timore d’essere sgradito, o sgradevole. Non si fa incantare dal realismo di chi invoca la natura ferrigna della politica come un salvacondotto che legittima qualsiasi azione, anche quando il tornaconto personale è l’unica molla.
Va’ – quindi - rifiutata l’idea dei “tutti ladri” vista come un atteggiamento pericoloso e distruttivo che ha le sue origini proprio nella cancellazione della moralità nella politica, anzi della politica in quanto tale.
Rodotà, anche richiamando alcuni suoi scritti dell’inizio degli anni Novanta, ripercorre le principali tappe del deturpamento della vita civile di questo Paese.
Morale e politica hanno perso di dialogare tra loro, sono stati considerati due corpi separati.
Le regole sono diventate non più il prodotto di quel confronto, ma il frutto di nudi patti di potere. Si è voluto dimostrare “visibilmente, ostentatamente addirittura, che ogni pretesa di far valere interessi generali, logiche non proprietarie, valori culturali, diritti dei cittadini è ormai improponibile: e c’è spazio solo per negoziazioni, accordi, sopraffazioni magari, ma solo tra soggetti forti, che creano essi stessi le regole, affrancati ormai da ogni legge o codice.
L’elogio della morale è, quindi, l’elogio dell’etica pubblica che trova i suoi riferimenti nei valori della Costituzione repubblicana.
Alla moralità che la Costituzione trasuda, sono collegati alcuni principi che Rodotà efficacemente sottolinea.
Secondo l’art. 54 della Carta costituzionale il comportamento dei cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche, dev’essere improntato a disciplina e onore.
Al potere giudiziario spettano i compiti per i quali è preposto. Tra questi non vi sono quelli di Tribunale della classe politica. Ciò spetta al dibattito politico, sia dentro i partiti, sia tra le contrapposte forze politiche.
Il disvalore dell’azione di un leader politico non può essere confinato a quanto è penalmente rilevante. L’art. 54 parla di onore, dunque di etica pubblica, non di codice penale.
Un corollario di questo principio Rodotà lo rinviene nell’art. 6 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, secondo il quale la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche, deve essere rispettata se le notizie e i dati non hanno alcun rilievo su loro o sulla loro vita pubblica.
Democrazia non è semplicemente governo del popolo ma governo in pubblico. Inammissibile è, pertanto, la menzogna o la pretesa di una classe politica di non rendere conto dei propri comportamenti.
L’art. 139 della Costituzione – ce lo ricorda Rodotà - ha anch’esso un significato ulteriore rispetto a quello apparente. Quando si dice che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale non si vuole solamente porre un ostacolo al ritorno alla monarchia.
Si prescrive, invece, che il sistema costituzionale, rappresentato nei suoi principi supremi, non possa essere sovvertito o modificato nel suo contenuto essenziale, neppure da leggi di revisione costituzionale.
Nel precedente Governo Berlusconi stavano affiorando iniziative e proposte per “passare da un sistema di scelta dei rappresentanti a uno di investitura diretta del premier con una personalizzazione estrema del potere che assume inevitabilmente caratteri autoritari. Per  passare da un sistema di mediazioni istituzionali ad uno che si organizza intorno a rapporti diretti tra capo e popolo, e così assume una innegabile natura plebiscitaria. Si voleva passare da un sistema di separazione dei poteri, di pesi e contrappesi ad un sistema di concentrazione del potere che sostanzialmente cancellava ogni forma di controllo. Si  voleva passare ad un sistema dove i circuiti istituzionali sono sostituti da quelli della comunicazione, sì che il controllo totalitario di questi ultimi viene presentato come una necessità perché il governo possa realizzare senza inciampi il suo programma, con l’inevitabile conseguenza che chiunque usi i mezzi di comunicazione per esprimere critiche venga considerato come un oppositore illegittimo perché non accreditato dal voto popolare.
All’eversione quotidiana,  a uno stillicidio di comportamenti che stravolgono il funzionamento delle istituzioni e dell’intera vita pubblica che fanno venir meno quella fiducia dei cittadini che rappresenta il carburante indispensabile per il buon funzionamento della macchina democratica, si contrappone l’intransigenza del moralista. Lui, che ancora crede che senso dello Stato e delle istituzioni non siano un’anticaglia può, con la sua azione, in qualsiasi contesto questa avvenga, contribuire al rafforzamento degli anticorpi democratici. A quel moralista Rodotà ha pensato quando ha scritto questo libro.
                                                                                  
Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Laterza – Collana I Robinson /Letture, Roma – Bari, 2011, pagg. 94, € 9,00
Questo articolo è stato pubblicato sulla Voce del Popolo di Fiume

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