sabato 4 giugno 2011

L'intervista su Vita Nuova: settimanale cattolico della Diocesi di Trieste

Si avvicina il referendum del 12 - 13 giugno su nucleare (dopo la sentenza della Corte di Cassazione di mercoledì 1 giugno), acqua e legittimo impedimento. Sul tema dell'acqua, abbiamo intervistato l’avvocato Alessandro Giadrossi, docente di Diritto ambientale e presidente del Wwf Trieste, impegnato nella campagna a favore del referendum.

Cosa succede se viene abrogato l'articolo 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112?
Sarebbe il segnale di un’inversione rispetto all’attuale tendenza alla privatizzazione. Credo che i referendum non abbiano solo lo scopo di togliere tecnicamente una norma dall’ordinamento giuridico, ma di dare un segnale al Parlamento, di indicare l’orientamento voluto dalla popolazione.

 Modificando l’articolo si darà un segnale forte contro la privatizzazione obbligatoria del servizio idrico, per mantenere una gestione pubblica.


Il presidente di Confindustria ha preso posizione, opponendosi a questa visione e sostenendo che comporterebbe mancati investimenti...
È evidente che Emma
 Marcegaglia abbia una posizione contraria: le società che dovrebbero gestire il servizio aderiscono o aderiranno a Confindustria. C’è del vero in quel che dice. Ci sono stati casi di cattiva gestione, come mille in altri settori di questo Paese. Non credo nell’efficacia tout court dello Stato, ma sono sicuro che se si vuole si può far funzionare anche l’apparato pubblico. Bisogna farlo funzionare. Il controllo sulla gestione di un servizio come quello idrico deve rimanere pubblico.

Stiamo parlando di un bene essenziale: se si delega quella gestione totalmente a terzi, si perde la capacità di controllarla e pertanto di verificarne la qualità e l’accesso da parte di tutti. L’acqua rimane un bene pubblico, ma non basta che si possa andare alla sorgente a prenderla. Il ruolo fondamentale lo ha chi ce la porta al rubinetto; il pericolo e che ci imponga tariffe troppo elevate. Ripeto sovente che il problema ambientale tocca tutti, ricchi e poveri. Ma per chi ne ha la possibilità economica, per esempio se abita in un luogo inquinato, è facile trasferirsi; chi non ha i mezzi invece…

Ciò ci riporta al secondo quesito. Alcuni referendari sostengono che con “l’adeguata remunerazione del capitale investito” ci sarebbe un 7% assicurato di aumento in bolletta. È così?
Nel testo unico ambientale non vi è un riferimento al 7%. Il problema è quello di erogare un servizio pubblico solo se esiste la possibilità di trarre da esso guadagno. Benedetto XVI il 16 maggio lo ha detto chiaro al congresso di Roma su “Giustizia e globalizzazione”: no a profitti su acqua e cibo.  In Toscana, dove in alcuni comuni il servizio è passato in mano privata, ci sono stati forti aumenti. Garantire che la tariffa sia “remunerativa rispetto all’investimento” significa dar carta bianca al gestore. Mancano regole certe, controllo e trasparenza. Si potrebbe anche andare alla privatizzazione di molti servizi, a patto che chi governa abbia la capacità di controllare. Siamo sicuri che per risparmiare, un privato non riduca i costi di controllo e analisi della qualità? E chi dovrebbe farlo, allora, l’Arpa? Ma con quali mezzi…

Si tratterebbe pertanto di riscrivere totalmente la normativa?
Certo, e non bisogna partire dal presupposto che tutto debba essere necessariamente privatizzato: le gestioni pubbliche sane ci sono, come tutto sommato a Trieste; devono essere mantenute e migliorate. Penso agli Stati Uniti, alla sanità integralmente privatizzata, a come ci stanno ripensando...

Torniamo al 23 bis; riguarda i “servizi pubblici locali”, fuorviante per chi pensa sia in gioco solo l’acqua. Come mai il referendum è stato posto in questi termini?
L’articolo è effettivamente uno solo e riguarda anche gli altri servizi; a noi interessa il servizio idrico. In tema di rifiuti, per esempio, per il cittadino è importante che la gestione sia ambientalmente efficiente, mentre nel caso dell’acqua si tratta di sottrarre un bene comune ai monopoli delle grande multinazionali. L’abrogazione non vorrà dire tornare indietro sugli altri fronti: nessuno vuole di nuovo la gestione pubblica dei rifiuti. Anche perché in questo caso sono le norme comunitarie a prevedere un regime di concorrenza negli affidamenti del servizio.

Non è così per l’acqua?
Le norme europee non prevedono che la gestione debba essere affidata necessariamente ai privati.

La prospettiva di monopoli: il fatto che la gestione dei servizi sia frammentata localmente non è una contraddizione in termini?
La tendenza è che grandi gruppi acquisiscano le piccole società e i consorzi locali. Per cui saranno in pochi a gestire la rete idrica nazionale, avendo poi in sostanza un monopolio sulle gare. In Usa, Canada, Svezia, Svizzera, Austria, la gestione è affidata a entità pubbliche espressione degli enti locali. Se il problema è la frammentazione, si può superare attraverso l’individuazione di bacini.

L’esternalizzazione o la privatizzazione potrà riguardare le fasi tecniche: dalla bollettazione alla lettura dei contatori, agli interventi sulla rete, ecc.
I sostenitori del “no” obiettano che la gestione pubblica implicherebbe comunque più costi per i cittadini con un aumento delle tasse...

La tassa si giustifica con la teoria delle esternalità secondo cui il consumo di determinati servizi produce benefici indiretti, non solo al consumatore, ma all’intera società. Ritengo che la prospettiva sia diversa, opposta a quella temuta.

Quale sarebbe la situazione ideale?
In moltissime città il servizio idrico funziona bene. A Trieste l’acqua è di buona qualità; la gestione è efficiente. Certamente si può migliorare, evitare le perdite dall’acquedotto, invitare i cittadini al risparmio. Un gestore privato non avrebbe alcun interesse a favorire una riduzione dei consumi.

Nessun commento:

Posta un commento