domenica 26 giugno 2011

Alla ricerca dei conigli scomparsi e delle more saporite. Racconto per l'estate di Sergio Frassinelli. Seconda puntata

Cosa c'entra il body building con l'esperienza a Ilovik? Cosa c'entro io con il body building?
Tutto nasce dalla bontà di Anna, la mia ragazza che decide di accompagnare una sua amica a vedere una selezione di fanatici del body building presso il palazzetto dello sport di Dueville in provincia di Vicenza; io chiaramente non posso sottrarmi dall'accompagnarle entrambe e perciò decido di dedicare un tardo sabato pomeriggio a questo tipo di evento.
Adoro conoscere e imparare cose nuove e perciò, a volte con molto stoicismo, decido di lanciarmi nel vivere esperienze tanto lontane dal mio sentire. Anna finisce di dare ripetizioni di italiano alle dodici precise di un assolato e afoso sabato di maggio e, quando si ipotizza un luogo dove poter mangiare e leggere in attesa delle 18, ora dell'inizio di questo “muscoloso” evento mondano, si decide di andare a Vicenza al parco Querini. Questo luogo di circa centoventi mila metri quadrati è situato vicino al centro città ed era il giardino del vicino palazzo Capra Querini; poi fu donato al Comune che ne fece il più grande parco pubblico cittadino lambito dal fiume Bacchiglione e attraversato dal fiume Astichello. Parcheggiamo davanti all'ospedale, ipotizziamo il tempo di permanenza e inseriamo l'obolo per il comune nel parchimetro e ritiriamo la ricevuta da apporre sul cruscotto della macchina. Recuperiamo nel bagagliaio della macchina due coperte, alcuni libri, del pane, degli affettati e del tè verde imbottigliato a casa. Il sole è alto sopra le nostre teste e disegna angoli luminosi tra le siepi attaccate alle reti del parco. Da studioso della cultura classica ho sempre pensato che le reti e le immancabili siepi anti infrazione fossero una sorta di delimitazione di uno spazio sacro e da segnalare e non un baluardo di una quotidianità cittadina scandita dagli orari di enti aggregativi a fine di lucro; intendo chiaramente scuole, esercizi commerciali, fabbriche, banche, bar, stazioni ferroviarie e dei bus moderni orologi delle nostre vite, luoghi in cui ci sono orari precisi scanditi dalle due “colonne d'Ercole” dell'apertura e della chiusura. Ai luoghi citati si aggiungono anche i cimiteri e i luoghi di culto (chiusi la notte per evitare sottrazioni o atti di vandalismo) e gli stessi parchi pubblici, chiusi anche quelli di notte per evitare lo spaccio e il consumo di droghe e atti osceni in luogo pubblico celati dalle coperte della notte e dai separè degli arbusti. Quando si concede la cittadinanza onoraria in un qualsiasi città vengono consegnate simbolicamente delle chiavi, antico ricordo di quando i centri abitati erano protetti da mura dotate di porte o ponti levatoi che servivano per proteggere la città da invasioni nemiche. Quelle chiavi però ora aprono solo la possibilità all'assegnatario di avere un altro orpello da appendere alle pareti della propria casa. Le chiavi sono diventate simbolo della paura di qualcosa di “esterno” pericoloso che potrebbe entrare a portare via la “nostra roba”. Le chiavi che un tempo erano segno di autonomia (penso a quando per la prima volta i nostri genitori ci hanno fatto una copia delle chiavi di casa o quando, con preoccupazione e fierezza, ci sono state date le chiavi della macchina di famiglia).
Tutto ciò si svolge in un contesto di architettura palladiana e nel contesto dei colli Berici.
Il mio dilungarmi su certi particolari non vuole però distrarre dall'evento che stavo raccontando ma una modalità di essere attori e non comparse del circostante.
Entriamo a parco Querini, passiamo quel cancello in ferro battuto e lentamente ci accorgiamo di trovarci in uno spazio diverso: ci viene incontro una gallina nana con otto pulcini (spero che gallina nana sia il termine corretto dato che fa parte di quella categoria di galline che i dialetti italiani denominano nelle maniere più diverse; nel feltrino si chiamano galline “peppole”, oppure “chechine o chechete” nelle prealpi tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene). La gallina ci viene incontro “chiocciando”, cioè emettendo un verso rivolto ai suoi pulcini che altrimenti probabilmente si perderebbero. Avanziamo nel parco e troviamo almeno una cinquantina di galli e galline nane con o senza prole: notiamo la presenza di alcuni galli dominanti con creste, bargigli e speroni molto sviluppati che lottano per lo ius primae noctis con i galli più giovani. A questi animali fanno compagnia le innumerevoli oche e anatre che sguazzano nello stagno, disturbando il  lento nuotare delle tartarughe d'acqua dolce (abbandonate da padroni che, dopo averle fatte crescere con l'eccessiva somministrazione di cibo, non avendo spazio per un acquario più grande, se ne liberano nel primo corso d'acqua disponibile) e dei pesci di dimensioni mastodontiche per uno stagno.
Camminiamo lentamente e iniziamo a catalogare pure gli homines sapiens sapiens presenti.
Premetto che il parco è attraversato da sentieri sia circolari che pseudo rettinei delimitati, oltre che da della sabbietta bianca e dagli alberi, anche da verticalizzazioni antropiche: cestini, panchine, lampioni, ringhiere di protezione, fontanelle, le statue del sentiero principale ormai consunte dagli agenti atmosferici, e naturalmente il tempietto posto su un'isoletta circondata da uno stagno.
Tutti i sentieri, come degli imperfetti cardi e decumani, si polarizzano sulle quattro porte del parco che diventano i punti di partenza dei patiti del jogging che con divisa d'ordinanza (maglietta a maniche corte, pantaloncini e scarpe da ginnastica) percorrono in lungo e in largo anche i luoghi più nascosti. Notevole è la presenza da fili che partono dalle loro orecchie per riunirsi in una radiolina o in un lettore mp3. Corrono creando in loro un microcosmo podistico-musicale che li astrae dal circostante, almeno per quel che riguarda il sound scape: suoni di ogni tipo sbattono contro gli auricolari e cadono stecchiti a terra per poi essere calpestati dalle ginniche suole. Ogni tanto la corsa è intervallata da esercizi di stretching e respirazione o da incursione sul cosiddetto “percorso della salute” termine altisonante per descrivere un insieme di costruzioni, di solito lignee, atte a stimolare e semplificare innumerevoli esercizi ginnici.
Nel parco ci sono molti gelsi, in questo periodo carichi di frutti sia di qualità bianca che nera e, essendone io ghiotto, non posso non assaggiarli. Allungo il braccio, colgo il frutto, pregustandone già la dolcezza, lo sento morbido e maturo al tatto ma quando lo avvicino al naso vengo inebriato dall'odore del sudore delle mie mani; allora come un cane da caccia, riannuso il frutto desiderato con attenzione meticolosa ma nulla. Ipotizzando una rinite stagionale, lo poso delicatamente sulle mie labbra per poi ingurgitarlo: è morbido ma forse non maturo. A questo punto lo assaggio: non ha sapore, ma è maturo. Morbido, succoso ma insapore. Incerto ne assaggio un altro, e poi continuo cambiando rami dell'albero e poi cambiando l'albero. La stessa inequivocabile sentenza: insapore. La golosità e il desiderio di more di gelso me le fa mangiare, richiamandomi poi alla mia giovinezza in cui le raccoglievo dai gelsi presenti sui campi di mio nonno che faceva il contadino. A questo punto si affollano me le domande più assurde che portino ad una spiegazione plausibile: dall'inquinamento alle radiazioni prodotte dalla centrale di Fukushima, dal buco nell'ozono alla possibile malattia dei gelsi. Mentre sto elucubrando su questo argomento la mia ragazza mi pone una domanda all'apparenza banale e poco sensata riguardo alla fine che hanno fatto i conigli del parco: eravamo stati qui l'estate scorsa e avevamo cercato di intrattenere rapporti diplomatici con quei simpatici quadrupedi che zampettavano qua e là. Dove sono i conigli? Per fortuna ne vediamo uno, ma l'anno scorso erano almeno uno decina. La mia mente, come fossi uno scrittore di libri gialli dunque cerca di associare il non sapore delle more e la sparizione dei conigli e di punto in bianco, come un fulmine a ciel sereno, mi risuona nella mente una parola precisa e inequivocabile:”ALLUVIONE”. Il primo novembre scorso Vicenza era stata in parte allagata dall'esondazione del fiume Bacchiglione, che passa proprio vicino a un lato del parco.
Un'immagine mi torna alla mente del post alluvione: i mobili e gli oggetti rovinati dall'acqua e dal fango lungo le strade, in attesa che la nettezza urbana li portasse via; ricordi di una vita distrutti dalla materia principale di cui è formato il nostro corpo. L'acqua che distrugge, l'acqua che cancella. Fiera di Primiero è vicina a due valli simbolo: la valle di Stava e la valle del Vajont. Vicinanza non solo di tipo stradale ma anche mentale: valli con torrenti. Anche i torrenti della mia valle nel 1966 in occasione dell'alluvione sono straripati: non solo il noto Cismon, ma anche il torrente Canali, la Noana, il Vanoi, il Cordevole e tanti altri piccoli corsi d'acqua.
Ho raccontato fin'ora una piacevole gita al parco, intervallata da excursus storico-letterari.
Ma quel che resta fisso nella mente sono il non gusto delle more, l'assenza dei conigli, i resti marci dell'alluvione.
La troppa acqua ha reso poco saporite le more, la troppa acqua ha ucciso i conigli, la troppa acqua ha cancellato i ricordi delle persone.
Ma quel fiume, i fiumi ci sono sempre stati: si sceglievano apposta i corsi d'acqua come luogo adatto alla costruzione di città come garanzia di rifornimento idrico e merceologico.
Si narra che quando gli argonauti partirono per il loro viaggio con la nave Argo, Poseidone si sia spaventato e arrabbiato perché, per la prima volta, il suo regno veniva ferito dalla lama di un'imbarcazione. Il regno che sta sott'acqua veniva violato da un'isola viaggiante, precedente di tracotanza umana che poi si sarebbe ripetuto. E inizia l'eterna lotta tra l'uomo e il mare, tra l'uomo e l'elemento liquido, tra la terra e il mare separati e contingentati in tutte le cosmogonie.
Durante la guerra di Troia, il fiume Scamandro, che scorre ai piedi della nota rocca, si ribella per il troppo sangue che i guerrieri greci hanno versato nelle sue acque, ormai vene e arterie di un corpo sventrato dalla guerra. La divinità del fiume si batte in un duello contro Achille, l'eroe per eccellenza, ma dopo l'intervento di Efesto che incendia gli alberi e lo stesso fiume, Scamandro deve capitolare. (Trovate il racconto in Omero, Iliade, libro XII)
Tutto torna come prima ma il fiume si è ribellato e così ha fatto anche il Bacchiglione: si è ribellato per ricordare a tutti che lui esiste. Per quanto venga dimenticata la sua presenza lui esiste e chiede di essere rispettato.
Uscendo di metafora io per primo mi sono accorto che lui c'è: lui è venuto a cercare me per ricordarmi che non è solo una parte immobile di un paesaggio codificato, ma qualcosa che ha vita, indipendente dagli uomini solo se loro si dimenticano del suo letto, dei suoi argini, della sua golena; se non si dimenticano che le piogge lo ingrossano, che l'inquinamento lo ferisce e  la cementificazione lo trasforma nell'unica arteria in cui può scorrere l'acqua.
Tutti noi abbiamo le grondaie che decorano, come merletti di una tovaglia, gli spioventi dei nostri tetti. Nessuno si cura di questi elementi finché un bel giorno, dopo un forte temporale dalla grondaia inizia a cadere una goccia che di solito colpisce in pieno il centro preciso della calotta cranica. Questo evento di solito capita quando sei di fretta o comunque quando hai una giornata storta. Di conseguenza, l'innocua goccia si trasforma in un meteorite che atterra violentemente tra i bulbi capilliferi che sprofondano nel cranio come delle talpe inseguite da cani da caccia. A quel punto si tenta con un bastone di colpire il punto preciso da cui è precipitato il componente acqueo facendo degenerare la situazione e bagnandosi la maglietta o camicia bianca che proprio quel giorno si era indossata.
Ritengo che sia da auspicare una sorta di sacralità “civile” dei corsi d'acqua:  intesa come rispetto del nostro intimo essere affittuari e non padroni dei luoghi in cui viviamo. In questo senso siamo degli osservatori, curatori e non ignavi distruttori. L'elemento acquatico è parte di noi e per noi.
All'interno del parco sono anche state posizionate panchine artistiche e un percorso di esplicazione di fenomeni fisici (dalla macchina che fa vedere come maggiore è la lunghezza di una canna armonica, diverso è il suono o la dimostrazione che un insieme di carrucole può far sollevare pesi maggiori.): ora però, quell'insieme di cose costruite ad hoc mi danno quasi fastidio o meglio mi fanno ricordare come io possa essere miope e distratto da sovrastrutture posticce che, come gli auricolari per i sopra citati amanti del footing, non mi permettono di vedere il permanente e mi fanno focalizzare sul transeunte.
Esco da parco Querini e vado a vedere i body builder che ostentano i loro corpi, mentre qualcun altro turbato dall'assenza dei conigli e del non gusto delle more si accorge del battito del cuore di un fiume.
E Ilovik? E il viaggio di cui vi stavo raccontando? Questo mio intermezzo vicentino vorrebbe essere un avvertimento, una sorta di monito su come comportarsi sull'isola, su come approcciarsi a un microcosmo come quello isolano con occhi da cercatori d'oro in un fiume limaccioso.
A presto.

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