martedì 31 gennaio 2012

ROSSO TIZIANO? INCONTRO RAVVICINATO DI TIPO UMANO di Sergio Frassinelli

Non so se vi capiti mai che eventi che apparentemente possono sembrare banali o comunque di infima importanza vi colpiscano o vi facciano riflettere e inizino a tormentare la vostra mente. Quando mi capita mi sento come un criceto che deve continuare a correre su una ruota che non ha né entrate né uscite: avendo una memoria visiva e uditiva molto sviluppata (che a dire la verità si attiva quando decide lei come una sorta di telecamera impazzita) rivedo l'evento che mi è successo cercando di capire e di individuare quale sia il particolare che mi ha colpito, quella sorta di ponte che ha fatto catalogare quei pochi o tanti secondi come:"da ricordare".
So che dopo un inizio di questo tipo tutti avranno il dubbio che sia sotto effetto di uno stupefacente Cabernet o di un incomprensibile manuale di neuroscienze. Per motivi di salute mi reco ogni lunedì mattina a Loreggia, piccola città posta all'estremo nord-est della provincia di Padova. Fatto ciò che devo fare, prima di tornare a Fiera di Primiero dove abito, mi fermo a rifornirmi di gpl presso il distributore poco fuori il centro abitato; come forse voi ben saprete non esiste self service per quel che riguarda il gas e perciò ogni volta devo attendere l'arrivo di un essere umano abilitato e plenipotenziario nella gestione di questa risorsa. Lunedì 14 novembre 2011 (data non fondamentale per la mia esistenza ma che ricordo con precisione) arrivo al distributore sopracitato, scendo dalla macchina, avvito l'adattatore del mio serbatoio e attendo l'arrivo di mr gas. Aspetto qualche minuto agognando l'arrivo del solito signore che di solito mi rifornisce: nulla. Sono le 10.15 e dunque il distributore è aperto; inizio a fissare prima il luogo dove si paga e poi la telecamera che mi scruta dall'alto: nulla. Deciso ormai a entrare nel bar che occupa più di metà dell'ufficio del distributore, sento una sonora risata e vedo correre verso di me il giovane ragazzo che di solito trovo alla cassa. Si avvicina, mi sorride e giustifica il suo ritardo dicendo che non riusciva a indossare le maniche del giubbotto che aveva indosso. Io lo guardo incuriosito e lui continua dicendomi che, essendosi abbassata la temperatura, aveva dovuto aggiungere le maniche al gilet che portava di solito. A quel punto lo osservo bene e viene pure a me da ridere. Avete in mente la chioma di una quercia in estate: bella, brillante e florida. A questo punto coloratela di rosso Tiziano, trasformate le foglie e i rami in capelli spumosi e ondulati, di media lunghezza; al tronco sostituite un corpo molto magro e di media statura. Questo è il ragazzo che mi si è presentato con in più delle braccia con delle maniche strettissime.Non so se vi sia mai capitato di dover fare la pipì di notte in un rifugio di montagna: credo che sia equiparabile alla tredicesima fatica di Ercole o dello Yeti visto il luogo montano.Di colpo ti svegli e la necessità di minzione è pari al differenziale spread Btp-Bund: rischio default nel letto o nel sacco a pelo; sei ancora addormentato e dunque non ti rendi conto che al di fuori del giaciglio la temperatura è da orsi polari ma lo spread aumenta e la vescica è pronta all'autodistruzione. A quel punto ti alzi e lì di colpo una Nanoparticella (come direbbe Biancaneve) del vostro DNA si ricorda di essere appartenuta anche ad un uomo vissuto durante le glaciazioni e dunque vi frena ma state per esplodere: uscite di corsa dal cantuccio caldo che il vostro corpo ha difeso fino a quel momento e, per pudicizia, tentate di indossare un paio di jeans che sono appoggiati vicino a voi.

In questo preciso momento inizia una battaglia campale per mettervi quei pantaloni che sono totalmente inamidati dal freddo e dall'umidità. Di solito la prima gamba entra con un'accettabile facilità ma è la seconda il problema: il pantalone è rigido, il piede si incastra in pieghe che si sono trasformate in muri di cemento armato; a questo punto c'è chi cade a terra e lotta con i pantaloni come una mangusta contro un cobra o chi, soffrendo dolori atavici e con forza titanica riesce pian piano a infilare la seconda gamba per poi correre a sfogare lo spirito acqueo che dentro gli rugge, mentre già i reni iniziano a essere compromessi dalla tensione urica. Arriva il momento dello svuotamento che di solito è prolungato, causa gli effetti collaterali del freddo. Al termine di questo metaforico 25 aprile, rinfrancato con te stesso e con il mondo, ritorni nel giaciglio ma prima devi toglierti i pantaloni e, a me accade così, ti capita di osservarli: sembra che le gambe e i pantaloni siano una stessa entità sotto vuoto spinto e l'idea di toglierli richiama un atto di violenza o di pena della santa inquisizione. Se tu sfiori le gambe senti che le fibre della stoffa e l'epidermide sono legati indissolubilmente da un terribile conflitto di interessi: non osi separare l'uomo ciò che il freddo ha unito.Contro la divinità del freddo e delle montagne non si può combattere e dunque ci si sdraia e ci si addormenta con i pantaloni, sperando che il calore mattutino sciolga i legami uomo-stoffa.

Le maniche del rossocrinito ragazzo del distributore sembravano come i pantaloni appena descritti: un unico essere vivente con le braccia ostaggio delle maniche. Con la gelida manina, che con difficoltà è sopravvissuta al labirinto della manica, riesce ad unire il bocchettone della pompa di gpl alla mia vettura e lentamente il gas defluisce. A questo punto iniziamo a parlare del freddo mattutino e di come però il cielo sia limpido e pulito. Mi dice che gli piace questa nitidezza e trasparenza: ha frequentato un anno una nota scuola musicale a Milano e lì l'orizzonte era sempre cupo e l'aria pesante. Poi mi osserva e, quasi cercando di volare oltre l'orizzonte, mi dice con umana delicatezza che per uno come lui, abituato a vivere in campagna, è difficile vivere in luoghi dove lo smog non fa vedere il sole. Mi dice che "è brutto" vivere in luoghi non respirabili e dove si possa vedere il cielo nitido.Di colpo le sue parole mi pervadono e continuano a risuonare come una fastidiosa canzoncina nella mia mente: ripenso alla necessità delle maniche perché fa freddo e al desiderio di luce e aria trasparente nel luogo dove si vive. Pago, saluto l'ipertricotico giovane ma le sue parole continuano a planare, come colorati parapendio, nella mia mente. Gli sono grato per qualcosa che mi ha detto, ma non capisco l'arcano messaggio che mi stuzzica. Vuoi vedere che quegli occhi erano meno miopi dei miei: la vita mi porta a vivere in territori in cui ancora è possibile vedere un bel cielo limpido e respirare un'aria leggera, necessità comuni a tutti noi, paradigmi dei nostri sogni e del nostro vivere quotidiano.

Rifornendomi di gas ho partecipato a una lezione interattiva di climatologia (il gilet e le maniche) e di geografia del disagio (il triste ricordo di inquinamento) in cui gli attori non erano premi nobel ma due esemplari di homo sapiens sapiens communis. Probabilmente, mi sono detto, oltre che leggere e occuparmi di letteratura e geografia dovrei fare esercizi di "attenzione" agli eventi e alle sinfonie di parole che li circondano, inserendo tutto ciò in preziose rubriche (per citare ancora il color rosso dei capelli del ricciuto amico; dice Dante del colore rosso nel V canto del Purgatorio v.v. 20-21:"il color che fa l'uom di perdon talvolta degno") da tenere tra le applicazioni del sistema operativo chiamato esistenza.


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